mercoledì 18 novembre 2009

A truly great man is gone

Arhiepiskop pećki, mitropolit beogradsko-karlovački,
PATRIJARH SRPSKI gospodin

Pavle

(Gojko Stojčević)

1914 - 2009



(Patriarch of the Serbian Orthodox Church PAVLE)

venerdì 13 novembre 2009

Sybille Werner on Gustav Mahler performance history

Sybille Werner to lecture in New York on the performance history of Gustav Mahler's music
(for more information on Sybille Werner, click here)

So you thought Mahler was rarely performed before 1960? Not exactly…
While assisting Professor Henry-Louis de La Grange with Volume IV of his groundbreaking biography of Gustav Mahler, Sybille Werner was asked to survey the performance history of Mahler's music during the first 50 years after his death, 1911 to 1961.
The results of her extensive research completely overturned the commonly-held belief that Mahler's music was neglected after his death. Ms. Werner will be sharing her discoveries about the conductors and orchestras who were performing these works long before the Mahler Renaissance of the 1960s.
Where: Center for Fiction (formerly the Mercantile Library), 17 East 47th Street (between Fifth and Madison), 2nd floorWhen: 7:15pm on Wednesday, November 18, 2009
Admission: Free for members of The Gustav Mahler Society of New York and one guest; non-members $5 at the door.

lunedì 9 novembre 2009

Mein Berlin - Kapitel Nr. 9

The Wall came down. Not only in Germany. The Wall, while being brought down, became a symbol of freedom and spread the message to the rest of the world, that we are all one nation. Everyone. Now, 20 years on, some other walls are built because people haven't learned the lesson.
Berlin is free. Berlin is one. My Berlin.
WIR SIND EIN VOLK.







giovedì 5 novembre 2009

Berlin Memories - Ich spreche mit Helga Schneider

This is an interview I did with the writer Helga Schneider. It is being published bit by bit on the writer's blog. Here is what has been uploaded so far. For the rest, check up daily by clicking here:

Berlin Memories 1, and here - Berlin Memories 2. There will be an English translation as soon as there is time to do it, as well as my article on Helga Schneider's work.

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BERLIN MEMORIES

ICH SPRECHE MIT HELGA SCHNEIDER

OKTOBER 2009

COPYRIGHT MILIJANA PAVLOVIC © all rights reserved

MiliOtt2009

- Buon sabato, Helga. Sarebbe stato bello fare questa conversazione a Berlino, magari prendendo un latte macchiato in un locale Unter den Linden.

Lo faremo, é già in progetto.

- Allora Berlino. Ancora Berlino. Berlino che era il tuo destino. E forse lo rimarrà per sempre. La tua amata città d’infanzia. La mia città “rifugio”. Per te piena di vecchie memorie. Per me piena di memorie recenti, calde ed entusiasmanti. Ma parleremo dei “tuoi” ricordi, ricordi personali che si intrecciano comunque con la grande Storia del secolo passato. Ma se mi permetti, vorrei cominciare con un complimento: ho visto che il tuo “La baracca dei tristi piaceri” é nella top-ten dei libri più venduti…

Grazie, ma sono purtroppo già uscita dalla classifica. Il libro é in ristampa perché cominciava a essere ovunque esaurito. Quindi un libro esaurito non può trovarsi fra i più venduti. Certo, sono dispiaciuta. Sono i rischi dello scrittore: gli alti e i bassi, le euforie e le piccole delusioni. Ma va bene così. Le sfide arricchiscono la nostra esistenza.

- Approvo questa tua filosofia della vita, bisogna sempre andare avanti e non guardare troppo indietro. Ma torniamo alla nostra città. E’ giusto che ne parlino due berlinesi di adozione. Ad esempio: sappiamo che gli odori possono richiamare fortemente certi ricordi, persone o situazioni… Quando pensi alla guerra e a Berlino: qual é il primo odore che ti viene in mente?

Il puzzo d’incendio, é un lezzo orribile, specialmente quello dei cadaveri che bruciano sotto le macerie.

- Cosa ricordi del momento della fine della guerra?

Tutto: la felicità, l’atmosfera di enorme, incredibile sollievo: niente più bombardamenti. Era la prima cosa che si assaporava. Si, all’età di sette anni e mezzo feci parte della Germania vinta dopo che il 2 maggio del 1945 la capitale del Terzo Reich, Berlino, ormai totalmente accerchiata, aveva capitolato. Due giorni prima Hitler si era suicidato nel bunker sotto la Nuova Cancelleria. Credo che in quel momento, solo nel primo momento, tutti si amassero. Come dopo la caduta del Muro di Berlino. Tutti sembravano fraternamente uniti e convinti che da quel momento in poi sarebbero vissuti in reciproca armonia e comprensione.

- E invece?

E invece l’immediato dopoguerra fu durissimo e causò una serie di conflitti sociali. Il popolo viveva in preda all’incertezza, al disorientamento, alla fame e alle epidemie, ma la miseria non crea armonia tra la gente. Un gran numero di profughi, provenienti dalla Prussia orientale e fuggiti dall’Armata Rossa, doveva essere nutrito e sistemato in alloggi, ma Berlino era un cumulo di macerie: quasi la metà di tutti gli edifici era totalmente distrutta. Su un milione e mezzo di alloggi, solo 370.000 potevano essere abitati. Subito dopo la guerra mancavano completamente luce, gas, acqua, carburante, legna e carbone e alimentari di prima necessità. Non esisteva alcuna fabbrica che fosse in grado di riprendere la produzione. Un esercito di ladri derubava i sopravvissuti impoveriti dalla guerra e dal regime nazista distruttivo. Noi abbiamo avuto per ben tre volte gli scassinatori in casa, benché non ci fosse molto da prendere. Spesso cercavano solo roba da mangiare. Il consumo dei generi alimentari era razionato e la distribuzione avveniva attraverso le carte annonarie, ma le razioni assegnate bastavano giusto per non morire di inedia. Insomma, il popolo era affamato e molti erano disposti a delinquere per procurarsi del cibo.

- Come tu sai, io ho vissuto la guerra di Bosnia e quando finì, anch’io ricordo l’euforia e la felicità collettiva dei primi momenti, ovviamente non nelle proporzioni della Germania dopo la capitolazione. Tutti fraternizzavano e c’era un grande trasporto reciproco. Ma anche da noi il dopoguerra ha prodotto molti problemi. La mia piccola città natia, Mrkonjic Grad, era ridotta in pezzi, c’era la penuria degli alloggi e la disoccupazione.
Ma torniamo a te. Un giorno ho visto in un documentario immagini di Berlino che mi hanno impressionata. Era, credo, il Natale del 1944 e i tedeschi, anziché quei regali che ci si scambia in tempo di pace, si donavano ad esempio ceppi di legno legati con nastri colorati. Che ricordo hai del primo Natale dopo la guerra?

dono natalizio durante la guerra

Rammento che in casa c’era un gran freddo, e non avevamo l’abete per addobbarla. La matrigna aveva staccato alcuni rami nudi di un albero in cortile e li abbiamo dipinti con i colori a tempera di mio padre, che erano rimasti nella stanza che all’epoca doveva servire come studio da pittore. C’era poco da mangiare, ma la nostra matrigna era riuscita a cucinare una crostata cosparsa di margarina e zucchero. Successe che alla vigilia di Natale lei nel pomeriggio dovette uscire e mio fratello ed io rimanemmo soli in casa. Ad un certo punto sentimmo un rumore fuori dall’uscio e, spinti dalla curiosità, aprimmo. C’era un cane, simile a un pastore tedesco, magro fino all’osso, che frignolava da far pietà. Lo facemmo entrare e io gli diedi un pezzo della crostata che la matrigna aveva preparato per Natale. Il cane divorò il piccolo dono e infine si sdraiò vicino alla porta gettandoci occhiate piene di gratitudine. Ma rincasando la matrigna, successe il finimondo. Lei cacciò via la povera bestia con rabbiose pedate e, essendo scontato che ogni malfatto partiva da me e non da mio fratello, mi mise in castigo. Niente cena e a letto alle sei. Furono festività tristi, senza regali, al freddo e a stomaco semivuoto.

- La nostra Berlino di oggi è verdissima. Dalle foto vecchie si vede che lo era anche prima della guerra. Ho visto e letto che, a causa della carenza di combustibile nell’immediato dopoguerra, si abbattevano gli alberi del Tiergarten, dei boschi berlinesi e dei grandi viali alberati. Ti ricordi di questa vasta operazione di raccoglimento di legna per riscaldare i berlinesi?

tiergarten berlin  raccolta legna

Oggi Berlino é di nuovo una città verdissima. Nella capitale esistono oltre 400.000 alberi di ogni specie, circa 80 unità per chilometro. Il 21 aprile del 1945 il viale Unter den Linden era pesantemente sotto il tiro dell’artiglieria nemica e caddero moltissimi alberi. Quelli che rimasero furono sacrificati, insieme a quelli del Tiergarten e di molti viali e vie, per sopperire, almeno in parte, alla grande penuria di legna e carbone di cui soffriva la Germania nel dopoguerra. Fu fatto divieto ai cittadini privati di approvigionarsi da soli di legna, ma molti lo facevano ugualmente, magari di notte cercando di farla franca. Io ricordo che ci venne assegnata una minuscola partita di legna, che però terminò entro pochi giorni, malgrado la usassimo con parsimonia. Rammento nitidamente una scena. Avevamo nel soggiorno un Kachelofen, una di quelle tipiche stufe nordiche rivestite di maioliche. All’epoca mio padre era già reduce e rammento che lui saliva sulla cima della stufa e si acciambellava come un gatto per scaldarsi un poco.

- Mi ha colpito molto l’immagine in copertina del tuo libro “Heike riprende a respirare”, i bambini che giocano sulle macerie. Tu hai visto la progressiva distruzione della tua città. A cosa si poteva giocare tra le macerie?

I giovanissimi, anche dopo una calamità vissuta come quella di una guerra, ad un certo punto sentono l’irrinunciabile necessità di ritornare bambini e risanare la psiche con il gioco. Noi nel dopoguerra giocavamo ogni giorno tra le rovine e – anzi – questi luoghi devastati, un po’ lugubri, pericolanti ma anche dall’atmosfera misteriosa, decadente, malinconica, stuzzicavano la nostra fantasia. Abbiamo organizzato ogni genere di gioco fra le macerie e dimenticavamo la fame e tutto ciò che non andava nella società postbellica, e che non ci sfuggiva: la città distrutta, i mezzi di trasporto urbani quasi inesistenti, i negozi vuoti, la presenza delle potenze occupanti, la penuria di ogni cosa e soprattutto di cibo. Ricordo di aver raccolto ai piedi di un albero un avanzo di mela sul quale sicuramente qualche cane aveva fatto la pipì. Forse quel sospetto mi aveva pure sfiorato, ma la fame era stata più grande. L’ho raccolto e ingoiato avidamente.

-All’epoca di cui parliamo regnava senza alcun dubbio un’atmosfera strana, un po’ allucinata, disorientante e apparentemente senza grandi prospettive per il futuro. Come poteva sembrare una passeggiata nel 1945, in una giornata di sole, con quel meraviglioso cielo azzurro che sotto, invece di una altrettanto splendida città, aveva un mare di macerie?

Io ricordo una bellissima primavera postbellica. Berlino era in rovine, ma il sole era quello di sempre e così pure la natura che si era puntualmente risvegliata sbocciando quasi con violenza. C’erano tanti cortili interni circondati da una marea di distruzione, ma la differenza fra la palese disfatta e il verde novello degli alberi, dei cespugli fioriti, delle margheritine spuntate tra l’erba erano così prepotentemente entusiasmanti che ci si sentiva come consolati. Consolati e riconoscenti per essere ancora vivi dopo essere sopravvissuti a una tragedia senza precedenti.

- Se qualcuno ti dovesse chiedere di colorare gli anni della tua infanzia berlinese, quali colori useresti?

Userei forse molti “non colori” come la gamma dei neri e dei grigi. Ma, nonostante tutto, sceglierei anche il verde e soprattutto l’azzurro, quello del cielo di Berlino che dopo i mille roghi era tornato alla sua tinta originale, un blu smagliante.

- E’ ancora di un blu smagliante, forse a causa della posizione geografica. Io continuo a trovare il cielo di Berlino speciale, così come é speciale la città, pur conoscendo anche i suoi problemi. Ma quale città, quale paese, quale popolo non hanno problemi?

Naturalmente sono d’accordo con te. Berlino é una capitale in continua trasformazione con quartieri ultramoderni, ma anche con aree restaurate con sensibilità ed intelligenza. I castelli di Berlino sono tra gli esempi più belli di architettura prussiana, e i tesori offerti dai musei sono straordinari, ad esempio l’Altare di Pergamon e la Porta di Babilonia esposti al Pergamon Museum. Berlino annovera altri importantissimi musei: L’Altes Museum con il famoso busto di Nefertiti, il Neues Museum, L’Alte National-Galerie, il Bode-Museum, il Museo Ebraico di Berlino, il Museo Guggenheim, Museo Bauhaus, Museum Berggruen, Bröhan-Museum, e tantissimi altri. E poche grandi città offrono così tanti spazi verdi come Berlino, ci sono parchi urbani sparsi un po’ in tutta la metropoli.

- Sento un po’ di amarezza in ciò che stai dicendo, quasi tu dovessi difendere l’immagine di Berlino.

Ma no, é solo che a volte certe dichiarazioni lette su Internet mi infastidiscono.

- Cosa hai letto?

Su un forum qualcuno discuteva di Berlino e un partecipante ha dichiarato che Berlino é una città decisamente brutta, e che ha trovato più interessante il paesino Tregalletti. Ora, io non nego che le cittadelle di mille abitanti possono avere il proprio fascino, ma volerle confrontare con una metropoli europea di prestigio denota un’ottusità e una limitatezza profondi, assurdi.

- In maggio tu e tuo figlio siete stati a Berlino, che impressione gli ha fatto la città?

Gli ho presentato Berlino con orgoglio e lui ne é stato entusiasta. Ha detto che avrebbe voluto viverci stabilmente se fosse stato possibile trasferire là il suo lavoro. Infatti Berlino é una metropoli molto amata dai giovani perché oltre agli innumerevoli svaghi, che attirano sempre più turisti, offre una scelta infinita di eventi culturali e tantissime opportunità di lavoro. A mio figlio piaceva l’atmosfera ariosa delle ampie strade e piazze e il verde meraviglioso che si incontra dovunque. E’ rimasto ammiratissimo dal Sony Center in Potsdamer Platz. E ci siamo vergognati perché ci trovavamo continuamente sulle piste ciclabili che sono rispettate dai berlinesi, ma non da chi viene dall’Italia come noi, non avvezzi alla disciplina. Si, Berlino gli é decisamente piaciuta.

- Ci siamo allontanati dal tema.
In un libro sulla vita dei bambini nel periodo postbellico ho visto una foto di ragazzini in un’aula scolastica, che in fila ordinata restituiscono i libri di testo nazisti a un insegnante. Come fu il ritorno a scuola dopo la guerra? Anche voi bambini dovevate passare attraverso quel procedimento che si chiamava “denazificazione”, e che fu imposto a milioni di tedeschi per neutralizzare l’influsso nazionalsocialista nella Germania dopo la caduta del regime hitleriano?

In quei giorni a scuola c’erano insegnanti che non avevano in tasca la tessera del partito nazista, e che ci sottoponevano a una “denazificazione” – come dire – soft. Anche se il concetto di ”denazificazione” é abbastanza azzardato da applicare a bambini che non sapevano nemmeno che cosa fosse in realtà il nazionalsocialismo. Comunque, ci spiegarono a grandi linee che il nazismo era un regime sbagliato, che un bambino ebreo é una persona come tutte le altre, che nei Lager sono stati ammazzati milioni di esseri innocenti, che i tedeschi non appartengono affatto a una razza superiore, e che ogni essere umano ha il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni anziché quelle prescritte da qualsiasi regime. Insomma, erano i primi passi verso una formazione democratica. Beh, non é stato semplice. All’improvviso ci dicevano che tutto ciò che avevamo imparato fino a quel giorno erano solo fandonie.

- Cosa pensava la ragazzina Helga di Hitler dopo la guerra?

Ricordavo soprattutto la visita al suo bunker e la mano sudaticcia con la quale aveva stretto la mia. Ma provavo anche un segreto orgoglio per aver visto da così vicino colui che sentivo definire sempre più spesso un mostro, causa di milioni di morti e che aveva portato la Germania e l’intera Europa alla rovina.

- Col senno di poi ti sei data una risposta alla domanda su chi era veramente Hitler?

Riguardo alla sua persona sono stati scritti moltissimi volumi. Secondo me era dotato di una notevole intelligenza e di una grande, tenace forza di volontà. Aveva un indubbio carisma e sapeva comunicare. Suggestionava il popolo e tutti coloro che facevano parte del suo entourage. Durante le campagne elettorali prometteva ai tedeschi quello che desideravano e una volta eletto, il popolo lo ammirava perché si faceva beffe dell’Occidente, ottenendo senza colpo ferire una serie di sorprendenti concessioni. Una buona parte della popolazione, volente o dolente, rimase con lui fino al ‘43, anno in cui la Germania iniziò a capire che la guerra era perduta. In seguito l’80% dei tedeschi perse la fiducia in lui e gli voltò idealmemte le spalle, anche se – con lo spettro della Gestapo sempre presente – non era cosa da ammettere in via ufficiale.


-Stiamo consumando un’ottima piadina romagnola in un posto delizioso con i tavoli all’aperto, e mi é balzata in mente una domanda: qual é la prima cosa che nel dopoguerra hai mangiato con gusto?

Una rosetta bianca imbottita di margarina e fettine di ravanelli. Mi sono appartata sul balcone e l’ho mangiata piano piano gustandola in pace. Dopo una guerra tutto ha un gusto speciale, si dà un grande valore anche al poco.

helga berlino 1942-43

-E il primo gelato?

Ah, questa é una storia tragicomica, l’ho descritta nel mio libro “Il rogo di Berlino”. Ero insieme a mio fratello, ci avevano dato i soldi per comprare un gelato. Ma siccome all’epoca il gelato lo mettevano tra due cialde, il suo gli era caduto a terra e pretendeva che gli dessi il mio. Ha fatto una scena talmente straziante che una signora mi ha intimato: “Insomma, dagli il tuo gelato! Non vedi come si dispera?” A volte detestavo mio fratello, era così furbo, egoista e prepotente.

- Qualcuno nominava i campi di sterminio e ciò che era successo agli ebrei?

La mia matrigna a volte mi mandava da sola allo spaccio per ritirare dei generi alimentari ai quali avevamo diritto con i bollini. E una volta ho sentito chiedere una signora a un’altra: “Ma sarà poi vero che nei Lager hanno ammazzato tutti quegli ebrei col gas?”

- Tuo padre tornò reduce. Sappiamo che era un pittore e, da quanto ci hai raccontato ne “Il rogo di Berlino”, anche pacifista. Come si comportava con voi? Raccontava delle sue esperienze al fronte? Il mio ad esempio amava andare a caccia con amici, ma dopo la guerra non ci è andato mai più. Spesso i soldati ritornano dal fronte molto cambiati…

Mio padre quasi non parlava. Era taciturno e scostante. Siccome la mia matrigna mi trattava con freddezza e ostilità, avevo sperato di trovare in papà un alleato, ma non fu così. Anzi, un giorno mi accusò duramente di essere ingrata alla donna che mi faceva da madre. Per il resto andava a dipingere i fiori che crescevano sulle macerie.

- In un secondo tempo tu e tuo padre vi siete riavvicinati?

Mai. Né a Berlino né dopo il nostro rimpatrio in Austria. Lui é rimasto un muro impenetrabile.

- Vorrei fare una piccola parentesi… Tra le tue vecchie foto ho visto una che non hai mai pubblicato, quella del Kinderheim di Oranienburg-Eden dove ti aveva internata la tua matrigna. Possiamo inserirla nell’intervista?

Certo. Nel 1998 RaiTre realizzò un documentario su di me e mi accompagnarono prima a Vienna e poi a Berlino. La regista voleva che trovassimo ad ogni costo l’edificio del mio ex collegio, o Kinderheim, perché voleva fare delle riprese là. Così partimmo con lo staff. Giunti a Eden non ricordavo più dove si trovasse la casa, ricordavo solo che da un lato si affacciava su un vialetto che si chiamava Vogelbeerweg, e dall’altro su una strada sprovinciale, la Germendorfer Allee. Ad un certo punto fermai un signore e dissi: “Durante la guerra sono stata in un collegio qui a Eden, ma non riesco a trovarlo.” Lui chiese d’acchito: “Era per caso quello di Mutter Heintze?” Confermai sollevata e lui ci fece strada.

collegio di eden

Ecco la foto del Kinderheim, ma non risale all’epoca in cui abbiamo realizzato il documentario con RaiTre. E’ stata scattata da un-ex allieva del Heim che vi aveva trascorso 14 anni della sua vita, quindi oltre la fine della guerra. Ma riconosco tutto, anche se la foto inquadra solo una piccola parte della casa. A sinistra c’é la veranda che esisteva già allora, e subito dopo si vedono le finestre della sala da pranzo dove, poco dopo il mio arrivo nel 1943, ho consumato, insieme a tutti gli altri bambini internati e la direttrice del Heim, il mio primo, modesto pranzo, che tuttavia avevo trovato gustoso e saziante. La casa non era cambiata, mi sono molto commossa. Ma nel retro non avevo ritrovato il campo di giochi che la direzione aveva allestito all’epoca per i bambini che avevano in custodia.
L’edificio dell’ex Kinderheim rimase per 53 anni nella DDR, nella Deutsche Democratische Republik.

(Foto: Mutter Heintze. Helga dice: “Era una santa donna. Ci cantava il Ninna-nanna di Brahms prima di addormentarci. Quante volte mi ha abbracciata quando mi sentivo abbandonata dalla mia famiglia senza avere notizie di loro…” Morì nel 1964 a Berlino.)

mutter heintze

-Ancora ti commuovi parlando di Mutter Heintze…

Mi commuovo ogni volta che parlo di una donna che mi ha mostrato affetto. Forse perché in ogni figura femminile calorosa vedo inconsapevolmente la madre che non ho avuto. Crescere senza madre lascia nel figlio un vuoto incolmabile, specialmente se la separazione é avvenuta non a causa della sua morte, ma perché lei lo ha abbandonato per i propri egoismi, come é successo a me. Ti confido una cosa: sorretta da un sentimento assurdo e fortemente contradditorio, e malgrado sappia che mia madre se n’é andata per fare la guardiana nei campi di sterminio nazisti, a volte penso, ed é un conflitto drammatico, che non avrei voluto crescere né con lei né senza di lei.

- Come a dire: pur di avere una madre…

D’altra parte la mia moralità mi impone di rifiutare nel senso più radicale la scelta di mia madre di andare a fare un mestiere sporco, disumano e deprecabile nei Lager nazisti.

- Lasciare il Kinderheim di Eden ti ha procurato dolore e angoscia, nonostante sapessi che saresti tornata a casa e avresti rivisto tuo fratello, al quale eri molto legata.

Era l’unico richiamo familiare che sentivo, ad eccezione della nonna paterna che era lontana e irraggiungibile. In seguito, nei miei tempi bui di Berlino, é intervenuta una persona che mi ha dato attenzione e affetto, il nonno acquisito, che chiamavo Opa.

Si, lasciare Eden mi addolorava per Mutter Heintze e mi spaventava perché non sapevo cosa mi avrebbe aspettato a Berlino. Ascoltavamo la radio e dicevano che la capitale era ininterrottamente sotto i bombardamenti e che i berlinesi se la passavano malissimo, ma quando rividi la città, lo spavento fu anche peggiore di quanto avessi previsto. Berlino era semidistrutta, era già un immenso rogo, e vedere quella cantina dove campava una comunità affamata, depressa ed esasperata, mi sconvolse. Da quel momento in poi ogni cosa che succedeva avrebbe avuto dimensioni dilatate: la fame disperata, il timore che mio padre potesse cadere al fronte, il clima teso e insopportabile degli abitanti della cantina, la palese ostilità della matrigna e il terrore delle bombe.

- Ma c’era Opa…

Si. E come figura di identificazione paterna, lui mi ha dato più del mio stesso padre. Un padre sempre assente che più amavo più sentivo distante.

- Infine la notizia che dovevate andare nel bunker del Fuhrer…

Un’iniziativa partita dalla nostra zia acquisita, che lavorava al Ministero della Propaganda. Se fosse stata la nostra vera zia, intendo di sangue, non ci avrebbe mandati incontro al pericolo. Insomma, attraversare una Berlino bombardata giorno e notte con un bus pieno di bambini per fare visita al Fuhrer nel suo bunker e guadagnare due salsicce in croce e un po’ di dentifricio sullo spazzolino… era un’idea cattiva e bislacca.

- Col senno di poi – ti secca di aver visto Adolf Hitler e che ti abbia dato la mano?

Non mi secca, ho vissuto un piccolo frammento di Storia. Quando vado nelle scuole italiane, gli studenti sono sempre molto impressionati al fatto che ho visto il Fuhrer da così vicino e mi fanno tante domande: Come era? Cosa ti diceva? Cosa pensavi in quei momenti? Lo odiavi?

-Cinquant’anni dopo quegli eventi scrivesti “Il rogo di Berlino”, e fu un successo. Nel libro parli anche delle forze occupanti di Berlino e dei primi incontri con i russi, gli stessi russi che nella vostra cantina avevano violentato, davanti ai vostri occhi, due ragazzine. Non voglio porti domande su questo episodio raccapricciante e orrendo, ma come erano i russi che, d’accordo con gli alleati, si insediarono per primi a Berlino?

(continua)

venerdì 16 ottobre 2009

Comments? It was 1992.

lunedì 5 ottobre 2009

Cagliari for Anna Politkovskaja

domenica 4 ottobre 2009

Gestern

giovedì 1 ottobre 2009

A few nice lines

A LOT OF TIME I WASTED
WISHING I COULD BE
THE OPPOSITE OF EVERYTHING
MY MIRROR SHOWED TO ME

BUT THEN ONE DAY I REALIZED
THE ONLY THING TO DO
WAS TRY TO BE A BETTER ME
AND NOT ANOTHER YOU.

mercoledì 2 settembre 2009

Danke, Herr Brandt



lunedì 31 agosto 2009

Shivers

Life explained

TWO WOLVES

One evening an old Cherokee told his grandson about a battle that goes on inside people.
He said, "My son, the battle is between two wolves inside us all. One is Evil - it is anger, envy, jealousy, sorrow, regret, greed, arrogance, self-pity, guilt, resentment, inferiority, lies, false pride, superiority, and ego. The other is Good - it is joy, peace, love, hope, serenity, humility, kindness, benevolence, empathy, generosity, truth, compassion and faith."
The grandson thought about it for a minute and then asked his grandfather: "Which wolf wins?"
The old Cherokee simply replied,

"The one you feed."

mercoledì 19 agosto 2009

Avanti, sempre avanti, cammina e non fermarti mai

14 agosto 2009 - Corriere della Sera

Manin Giuseppina

Abbado, il trionfo del Mahler più «verde»

Dieci minuti di applausi a Lucerna, in platea anche l' amico Benigni Espansione La rassegna progetta di allargare il suo cartellone, oltre alla sinfonica e alla cameristica, anche all' opera lirica

LUCERNA - Sussurri misteriosi, fruscii di vento, stridii di creature di un bosco che si risveglia o di un' alba che sta per nascere... «Come un suono della natura», scrive Gustav Mahler sullo spartito della sua Prima Sinfonia. Quel suono magico Claudio Abbado lo ha evocato l' altra sera, come dal nulla, con la forza misurata del suo gesto, ormai non più bisognoso neanche della bacchetta. E l' incipit della Prima mahleriana, eseguita dall' Orchestra di Lucerna, ha subito avvinto la Konzertsaal gremita di pubblico arrivato da tutto il mondo per l' attesissima apertura del Festival estivo, che quest' anno dedica la sua parola chiave proprio alla «Natura». Tema carissimo anche al direttore milanese, da sempre paladino dell' ambiente fino al punto di aver detto sì al tanto sospirato ritorno alla Scala in cambio di 90mila alberi da piantare nella «sua» città. Con passione e rigore Abbado si è così inoltrato nella lunga passeggiata sinfonica mahleriana, dai suoi momenti più gioiosi e sognanti, a quelli più cupi e dolenti, come il terzo movimento, la Marcia Funebre ispirata a un antico canone popolare, Frère Jacques campanaro, qui trasformato in una meditazione sulla morte, angosciosa e beffarda insieme. La fine del concerto, con le ultime note maestose e trascinanti ancora nell' aria, ha scatenato un contagioso entusiasmo di applausi, grida, battiti di piedi, culminati in una standing ovation di dieci minuti. Un omaggio di ammirazione e di affetto per il direttore, che forse è valso a mitigare un privato dolore: la scomparsa dell' amato fratello Gabriele, comunicatagli solo poche ore prima. A precedere Mahler, l' esecuzione del Terzo Concerto per pianoforte di Prokofiev, solista la cinese Yuja Wang, che già lo aveva suonato con Abbado a Bologna. Giovanissima, graziosa, talentuosa, in lungo abito rosso lacca, Yuja ha ricambiato i molti applausi con un bis di Scarlatti. «Le ho dato io le prime lezioni, ma poi ha fatto tutto da sola», ha assicurato ridendo Roberto Benigni, in platea con la moglie Nicoletta, entrambi fan fedelissimi di Abbado. Festa grande in sala dunque, ma anche fuori. Stavolta infatti il Festival ha voluto coinvolgere la città: poco prima dell' inizio, musica per tutti all' aperto. Sul grande piazzale antistante l' elegante Auditorium di Jean Nouvel, passanti accaldati, turisti in braghette, abbonati in abito da sera, si sono pigiati per assistere a un' insolita esibizione di 15 Corni delle Alpi, strumenti giganteschi di raro ascolto. Accompagnati da alcuni fiati dell' Orchestra, hanno eseguito un «pot pourri» ideato dal compositore Balthasar Streiff. Quasi un saluto augurale alla nuova era del Festival, che ora progetta di conquistare pubblici nuovi allargando il suo cartellone, oltre alla sinfonica e alla cameristica, anche alla lirica. Per far questo sono stati stanziati 100 milioni di franchi svizzeri, tutti elargiti da privati che qui possono godere di una defiscalizzazione se investono in cultura. Somma che servirà alla costruzione di una nuova sala modulabile. Inizio lavori nel 2012, termine garantito nel 2014. A dirigere l' opera inaugurale ancora Claudio Abbado. Che nel frattempo, la prossima estate, farà un primo passo verso questa nuova apertura portando il Fidelio di Beethoven. Giuseppina Manin RIPRODUZIONE RISERVATA Gli ospiti Oltre al maestro Claudio Abbado, che sarà presente in ben cinque concerti, sul palcoscenico del Festival si alterneranno grandissimi nomi della musica. Fra questi, i Berliner e i Wiener Philharmoniker, la Chicago e la Pittsburgh Symphony Orchestra. E ancora Martha Argerich, Riccardo Chailly, Zubin Mehta, Viktoria Mullova, Thomas Quasthoff, Simon Rattle (nella foto), Pierre Boulez, Charles Dutoit. In programma anche debutti, come quello del giovane direttore Andria Nelsons e del violinista Vilde Frang.

lunedì 17 agosto 2009

Susta istina :)

Kako je nastao turbo-folk

Ninoslav Mitrović (tekst preuzet odavde)

Pokojni Čarls Darvin, zatvorivši korice svoje upravo završene knjige "Porijeklo vrsta", odsrknuo je gutljaj čaja i potapšavši se po trbuhu, samozadovoljno se nasmiješio i utonuo u san, udobno zavaljen u omiljenoj fotelji. Ali, avaj! Jadnik ni slutio nije kakav je propust napravio, ne pomenuvši u svom djelu najstariju čovjekoliku vrstu, kojoj evolucija i do danas nije oduzela mnogo od prvobitnog izgleda-vrstu Homo skikus orientalis. Postoji više teorija i legendi o nastanku ove vrste. Po vlastitom tumačenju, nastali su od prašine sa zvijezda, ali je vjerovatnija ona teorija o sudaru asteroida i broda koji je prevozio zamrznute fetuse nove eksperimentalne vrste, proizvedene na Uranu, koja je trebala biti korištena u interplanetarnim ratovima, kao izuzetno prilagodljiva vrsta predatora koji ubijaju glasom. I tako su fetusi skikusi dospjeli na Zemlju, u plodno tlo močvara, gdje su uspjeli da se razviju. Po razviću, mladi skikusi su odmah počeli da ispuštaju gromovite glasove od kojih se zemlja tresla, a dinosaurusi nesvikli na ovakvu buku, umirali su u agoniji, i upravo je pojava skikusa uticala na nestanak ovih ogromnih gmizavaca. Daljom evolucijom, skikusi gube smrtonosno dejstvo glasa, koje se transformiše u dva blaža oblika. Prvi oblik je svojevrstan zanos, ekstaza, trans u kome se javlja želja za povrijeđivanjem sebe i drugih, dok se drugi oblik ispoljava u vidu nekoliko simptoma: mučnina u stomaku, bol u ušima, proširene zjenice, uznemirenost, aritmija i dr. Sami primjerci skikusa su se uspravili, a evolucija im je podarila izrasline u vidu zlatnih lanaca, izblajhanih vlasi, minimiziranih odjevnih predmeta sa maksimiziranim džepovima i sl. Svojoj djeci običavali su pričati priče pred spavanje, od kojih jedna, antologijska, ide ovako...
Jednom davno, u jednoj zemlji sa puno brda i malo industrije, živio je jedan sretni pastir sa svojim stadom. Čuvajući ovce na proplanku, pastir je pred sobom imao svo slobodno vrijeme svijeta, koje bi često provodio sa društvom u brojnim igrama (klisa, janjine, ćorabake, rizika) ili bi usamljen djeljao neko drvo i stvarao različite predmete, među kojima i frulicu. Još ako je pastir bio i nadaren pride, a u nas je čest slučaj da se percepiranjem okoline u pastirskoj dokolici, um razvije do neslućenih razmjera, onda bi iz frulice prvo stidljivo i neuko piskali i kmečali tonovi, a kasnije bi sve slobodnije i uvjerljivije, menueti i etide odzvanjali dolinama i dopirali do roditeljske kuće, odakle bi ljutiti otac (tata, babo, ćaća) silazio u polje i davao pastiru Johanu par puta preko leđa, jer u stvaralačkom zanosu zapostavlja stado. No, to nije pokolebalo našeg Johana, da sve bolje i sve sigurnije usavršava svoj talenat, te da ga predstavlja sve širem auditorijumu, u kome su čučali i pažljivo gutali tonove iz frule, neke buduće stvarateljke i stvaraoci, koji će od gologuzih derišta postati eminentni kantautori i tvorci prepoznatljivih numera današnjice. Od tog prvog zvuka na fruli, do današnjeg zvižduckanja za volanom kamiona ili pjevušenja na pijaci ili pod tušem, prošli su vijekovi u kojima je muzika prolazila kroz brojne faze nadgradnje, ali i degradacije i kvarenja, pri čemu je došlo i do potpunog uništenja onoga što se naziva balkanskom muzičkom tradicijom i naslijeđem. Sve više se vulgarizuju tekstovi i muzika, a prelaz izvorne tradicionalne narodne glazbe u komercijalnu narodnu muziku je spor, postepen i stravično bolan.Vremenom se razvijaju dva pravca, prvi koji crpi tekovine već postojeće izvorne glazbe i tekstove bazira na nekoliko tipskih riječi: izvor, putić, jelek, opanak i sl, te drugi pravac u kome je ključna riječ i vječita inspiracija, ukratko sve i svja: kafana. Manji broj autora se zadržao na pristojnijoj varijanti, krštenoj kao starogradska muzika, gdje je atmosfera u pjesmama bila nekad tugaljiva, nekad zašuškana u sigurno društvance prijatelja/ ica koji se zajedno relaksiraju uz špricer, pivo, lozu ili ponekad razigrana kao upregnuti konji u kasu, sve u svemu pozitivna.Međutim, druga varijanta koja je povukla mnogo veći broj autora i koja će ostaviti neizbrisiv trag u budućnosti, kafanu predstavlja kao svetu instituciju i utočište za neurozu deprimiranih ljudi pritisnutih brojnim globalnim problemima. Ovdje se nude plitki tekstovi, koji u pozadini imaju izuzetno mračnu atmosferu, gdje se pominju riječi kao što su krv, lomljava, nevjerstvo, itd. Glavno piće je slaba rakija od koje ključa krv, a pogled zamagli i traži nešto da slomi, da bi se umirio isfrustrirani ego jer je žena opet kod komšije, jer je teško u tuđini, itd.
Kako biva u svakoj vrsti muzike, tako se i u folk muzici vremenom izdvajalo bezbroj pravaca, ali najznačajnija je podjela po komercijalnosti, na mainstream i underground. Sam mainstream se razvija u tri specifične faze: baby, djetinjstvo i pubertet. U prvoj fazi, narodna muzika(još se ne koristi termin folk) je prava dobroćudna debela beba, koja pjeva o obrazima rumenim k'o jabuke, živopisnom pejsažu rodne grude, tuzi za prvom ljubavi koja se udala/ oženio u gradu i sl. Ali, već se tada naslućuje težnja ka kafani, kao ključnoj odrednici srpskog kulturnog identiteta. U ovom periodu je i iskonstruisan rogobatni termin narodna muzika, kao muzika koju sluša narod. Ali, narod je u to vrijeme slušao i druge vrste muzike, od kojih su neke, opet rogobatno, nazvane zabavna muzika. Tako nazvana narodna muzika, izlazi iz pelena, polako odrasta, postajući sve radoznalija za svijet koji je okružuje.U tom periodu se javlja zvijezda, ili možda bolje rečeno rijeka vodilja budućim generacijama, kako treba praviti muziku i o čemu pjevati. Slično Misisipiju u Americi, gdje se razvila specifična muzika crnačkog Juga na kojoj se temelji cjelokupna r'n'r kultura, tako se i u srpskim zemljama javlja glazbeni kult rijeke Morave, na kojem počiva kultura nebeskog naroda. Naime, ovdje se javlja specifičan zvuk, koji neodoljivo podsjeća na kretanje rijeke (slično je i na Misisipiju), tj. muzika se polagano valja, puže i meandrira, na momente postajući razdragana, kao Morava kad izlije iz korita i nosi sve pred sobom. Ovdje se javlja biserni niz starih asova koji pjevaju o livadama, šljivicima, cvijeću, sijenu i tarabama, i to postaju osnovni postulati kojih će se držati budući (b)luzeri s Moravu i iz komšiluka. U pjesmama obično dominira nostalgija (čest motiv u folk muzici) za pomenutim livadama i šljivicima gdje su se pogledi prvi put sreli, gdje je lola prvi put mladu štipnuo za dupe, nostalgija za prvom ljubavi i prvim pipanjem u sijenu. Drugi motiv koji se pominje su prepreke za ostvarivanjem veze, u vidu fizičkih i pravnih lica (mama, tata, nana) ili taraba na kojima su, prilikom bijega od pomenutih lica, gaće ostale bezbroj puta. Sve je to bila svojevrsna najava burnih događaja koji slijede.
Zatamnjenjem sjaja sazviježđa Orion, analogno je došlo do pojave tajanstvenih naprslina na zidovima piramida i neobjašnjivog ispadanja zuba Tutankamonove mumije, a narodna muzika u tom periodu ekspresno ulazi u pubertet. Prva promjena vezana je za ime. Naime, nezadovoljna dotadašnjim atributom narodna, a živeći u vremenu kad je djeci bilo moderno davati gastarbajterska imena, ona mijenja ime u folk muzika (njem. Volk- narod), ali ostaje i nadimak kao kompromis-novokomponovana. Nastavlja se tamo gdje su stare snage stale, tj. nastavlja se sa pominjanjem nekretnina, anatomije i sličnih tema, a folk dobija na svježini uvođenjem seksualnosti, koja se ranije tek stidljivo nazirala, a pojavom novokomponovanih misionarki, bljesnula je u punom sjaju oslobođena iz dekoltea, minjaka i slične odjeće. Tekstovi su takođe dobili na oštrini, pa se počelo pjevušiti o spaljivanju i razvaljivanju, pokazivanju najbitnijeg, vratolomijama u žbunju, šumarku i šašu, itd. Opštepoznato je da su pubertetlije poprilično tvrdoglave i da su u ratu sa svima koji ne razmišljaju kao oni, što znači sa čitavim svijetom, i da su u tom periodu podložni lošim uticajima brojnih "dobronamjernih" osoba. Tako je i folk muzika, manirom pravog pubertetlije, zacrtala pravac i cilj, koga se gluvo i slijepo držala, a koji je neminovno vodio srozavanju i uništenju svega iole vrijednog u tradicijskoj muzičkoj zaostavštini, zahvaljujući brojnim dušebrižnim menadžerima, koje je sretala usput.
Uporedo sa kasnijom fazom mainstreama, razvija se i drugi pravac folk muzike, tzv. underground ili garažni folk, koji je potpuno baziran na orijentalnom zvuku iz nekadašnjih turskih okupacionih zona ili koji je naknadno donijet "vjetrom s juga" (iz Irana, Afganistana, i sl. ). Atmosfera u underground pjesmama neodoljivo podsjeća na pijačni dan u Teheranu ili na nama nešto bliži 16. vijek i u njemu musafirhanu, zadimljenu od čibuka i umirisanu kahvom, usred koje pleše djevojka mameći trbuhom poglede gostiju, čije oči i pored umora od puta, poigravaju kao na ulju, prateći igru od jednog kraja sobe ka drugom, gdje sjedi svirač iz čijeg se tužnog glasa i terzijana, sluti čežnja za Stambolom... S obzirom na to da se u to vrijeme istim žarom svirala šargija i mastio kolac, imamo pravo da se ne oduševljavamo ovom tekovinom. Ali, ali, i opet ali, upravo je underground taj koji redovno puni hale i daleko je ispred mainstreama, što se tiče konzumiranja na privatnim žurkama, a imajući u vidu da nikad nije imao naklonost medija i većih diskografskih kuća, s pravom se može govoriti o superfenomenu undergrounda unutar samog fenomena folk muzike. Jedan od pionira underground zvuka jeste Sinan Sakić. U trenutku kad ovaj pionir, okružen dimom, izvodi jednu od svojih numera, planeta Zemlja stane i samo se u glavi prosječnog konzumenta sve zavrti, a on pogođen u nerv, steže vilice i diže ruke, oči mu bljesnu i zatvore se, trnci prolaze kičmom, znoj i suze liju, dok on grabi krhotinu i pušta sebi krv, gubeći se u vrtlogu ekstaze. Slatko, zar ne? Ono što ni Stonesima ne bi pošlo za rukom, Sinanu uspijeva, a to je da bez problema može napuniti bilo koji stadion u srpskim zemljama i napraviti atmosferu, na kojoj bi mu i Massive Attack pozavidjeli. Da li se odgovor krije u stalnom prizivanju proklete sudbine, u žalu za domom, mamom, babom i ostalom rodbinom, hektolitrima ispijene rakije brlje zbog nekih očiju crnih, smeđih, zelenih i plavih ili u nečemu sto dvadeset i osmom, to imponuje našem kafanskom mentalitetu, željnom bilo kakvog povoda za sevdah i analizu teškog života na dnu flaše i lavora.
Kad se pomene termin turbo folk, mnogi pomisle da se radi o folku koji se sluša u bolidima na stazi u Monci, Indijanapolisu ili Mahovljanima. Međutim, priča ide ovako. Poslije havarije u Černobilu, došlo je do naglih promjena, tzv. mutacija, u srpskom kulturnom tkivu, što se odrazilo i na već poodraslu, samosvjesnu folk muziku, koja napokon shvata da para ne leži ni u slamarici ni u banci, već u dobrostojećem underground bratu gastarbajteru. Pod intenzivnim uticajem radioaktivnog zračenja, dolazi do njihovog stapanja u stravičnu, monstruoznu kreaturu, pred kojom bi i Meri Šeli vrisnula od zavisti. Kreatura je prozvana turbo folk, a vremenom dolazi do njenog multipliciranja na hiljade mutanata, koji su se razmilili svuda po zemlji, hraneći se ljudima i namećući pogrešne statusne simbole i ideale. Dobro su se zezali, plasirajući svoje obrasce i viđenje (ne)kulture. Turbo folk postaje najjači nacionalni proizvod, potukavši čak i šljivu u svim kategorijama. Dolazi do pravog takmičenja među folk mutantima, ko će obući šareniju košulju, kraći minjak, veći prsten, sat i zlatni lanac, bjelje čarape, itd. Počinju se iskopavati i prerađivati nezaboravni hitovi Bajazitovih dvorskih dama, a sve to biva upakovano pod etiketom "100% srpski melos" u kome dominira čest usklik u sevdalinkama i koji je propraćen zvukovima zurli i talambasa, halakanjem i širokim dijapazonom nazalno-grlenih akrobacija. Bring the noise! Skrnavljenje srpske muzičke tradicije nastavlja se udarničkom aktivnošću sve većeg broja džibera sa mini valom i razgolićenih teta, koji nas, pogrešno eksploatišući nacionalnu simboliku, uče istoriji, vjeri i tradiciji. Isti nam pjevaju o svom tužnom i teškom životu kojeg provode brojeći pare, uživajući u balončićima jakuzija i blagodetima trule države. Nastupa doba mraka, neznanja i progresivnog kretanja ka najprosperitetnijem periodu srpske imperije, 13. vijeku. Dok u ušima odzvanja turbo hitić jedne od mnogobrojnih zvjezdica sa folk neba, steže se sablja i puni musketa za hrabri juriš u prošlost. Krvarimo, ali nema veze, tu su turbo nadimci da pjesmom ublaže bol.
U turbo folku dominiraju, pored orijentalnih temelja, i savremena elektronska dostignuća, a ključna riječ u pjesmama je sudbina, koja obično zvuči kao "s'binaaaa". U ovom modernom periodu folk muzike, došlo je i do razvoja brojnih podpravaca, kakvi su tehno folk, hard'n'heavy folk, glam folk, punk folk, folk'n'fol i drugi, a jedan od najzanimljivijih, svakako je krajiški oi! folk, gdje se javlja želja za povratkom na izvore ili češće pominjano ostavljeno ognjište. Ovdje se pjeva o različitim stvarima sa izvora: o multipliciranju curetaka iz rodnog kraja do beskonačnosti (otišla, vratila se, kupila Stojadina, stavila silikone, itd.) ili o apelima kojekakvih rodoljubaca koji iz komfora beogradskih apartmana, šuškajući novčanicama, pozivaju sunarodnike da se bore do zadnjeg, a oni će se truditi da im na vrijeme isporučuju svoje najnovije hitove. Jedna od modernijih verzija pop muzike, tzv. etno pop, nije ništa drugo, već pokušaj izjednačavanja i utapanja "zabavne" muzike u globalne muzičke trendove već uveliko popularne po diskotekama u Njemačkoj, Austriji,Švajcarskoj i drugim nikad svrstanim zemljama.
Bilo kako bilo, narodna, folk ili kako vam drago, muzika je nepobitna realnost, svakodnevna pojava i fenomen koji se ne može poricati i koji je zanimljiv, kako po nastanku tako i po svakodnevnoj upotrebi. On je tu kad upalimo radio, kad šetamo gradom, dok pijemo kafu i ožderavamo se po svadbama i slavama, on odzvanja nemilosrdno i jako u ušima dok se prave piruete na stolovima restorana i odzvanjaće sve dok ima stakla da se razbija.
Dance... Now!

venerdì 31 luglio 2009

A day in an immigration office

One day, somewhere in Italy, there was the need to go to the Immigration Office. In itself, it is a dreary thing to do, because of the well-known bureaucratic drill (click here for details).
So, it was a very nice day, just about 35°C outside, clouds of mosquitoes, humidity nearly 100% , not a breath of wind. What else do you need? The office opens at 15.00, but in these cases it is always a good strategy to go there at least one hour earlier. So that's exactly what the hero of this story (further in the text - K.) did. Upon arrival, there was already a whole bunch of people at the main entrance. Everyone gathered around this door. Something was fishy. There were many people outside, and the foyer of the building where the office is, although in good shade, was empty.
K. asked why isn't anyone inside, it is so hot and there are pregnant women and women with small children and it is terrible for them to stand on the pavement whereas the foyer is totally empty. The reply presented itself very quickly in the shape of a 45-50-year-old man in a T-shirt and shorts who came out and started shouting, "Get away from here, all of you, the passage needs to be clear, no one must be near this bulding, get out of here!" Now, thought K., this one isn't really nice to these people. One tall woman said, "Well, where are we supposed to go? It is here that we have to enter." The man insisted, "I don't care where you go, go along the street, go to a bar, go wherever you please, but get out of here." The woman stood firm, "But we're not even IN, how can we get out? Besides, if we are summoned here, we can't just go elsewhere." To this the mean man got very angry and in a disgustingly arrogant tone said to the woman, "You know what, you do what you want, lady, but I hope you NEVER get your permit of stay." People around kept quiet, faces showing indifference. They seem to have got used to this type of remarks. K. was perplexed. A man without can simply come out and insult people like that? Who is he anyway? Even if he had a uniform, he had no right to talk to people like that. Then someone patted K.'s shoulder. K. turned around and saw an elderly woman standing behind and piercing with her eyes through whatever she thought K. was. She asked in a very authoritative voice, "Excuse me, but you came after me, how come you are standing here?" K. was surprised. People were just gathered in a bunch, there was no order whatsoever. The woman was persistant, "You must stand in the line!" K. said, "WHAT line?" "Don't you see the queue?" the woman went on. It kept on going for about 5 minutes when K. finally said, "Well, once I see a queue, I will join it. Up to that moment, will you please stop pestering me?". The woman moved away, protesting in Ukrainian. Sometime later, a police officer came out. He shouted, "If you don't move away from the door, no one will come in. The numbers will be distributed beginning from 14.30. Until then, LEAVE." But people kept standing there. The officer said, "If you don't leave NOW, there will be no number distribution and no one will get the number." But most of the people simply played deaf. This went on for a while with everyone shouting in various languages. Then people broke off for a while, but shortly afterwards went back to the door. The same sequence of events was seen again. Then a pregnant woman fainted in the sun. So people started getting angry and wanted the woman to be brought inside the otherwise empty foyer, and the police took in pregnant women and women with children. Then after a while the number distribution started. Insane. People pushing, police shouting, total chaos. K. got in about 30 minutes later and got the number 70. Then went out in order to wait for the turn since inside the air was unbreathable as the place was overcrowded. Then more than one hour later, it was K.'s turn and it was all over. For now. Then in 3 months, here we go again...

Sometimes it is impossible to see which of the two parts is worse - the crowd or the police. Perhaps the answer lies in a third one - the law which permits the police to behave the way they behave and forces the people to be a crowd and get humiliated all the time for something that in the end makes no sense whatsoever as the people because of whom this law was made get around it and don't get caught in the whirlpool of insane bureaucracy.

P.S. K. is still recovering from the umpteenth experience of the sort.

sabato 6 giugno 2009

Let them bygones be bygones eh :)

A classic.